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Il colore della vittoria

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« Vero, Hitler non mi ha stretto la mano ma fino a qui non lo ha fatto neanche il presidente degli Stati Uniti.»

Fu questa la risposta di Jessie Owens ai giornalisti che volevano trasformare la sua quadruplice vittoria dell’oro olimpico ai giochi di Berlino 1936 in un caso di razzismo da parte di Hitler.
L’atleta afro-americano quell’anno si aggiudicò l’oro nei 100 metri, nel salto in lungo, nei 200 metri e anche nella staffetta.

In questa ultima specialità avrebbe voluto farsi da parte per permettere ai suoi compagni di brillare. Pare che in quell’occasione abbia dichiarato “Ho già vinto tre medaglie d’oro. Lasciamoli gareggiare, se lo meritano!”. Ma i suoi dirigenti gli ordinarono di rimanere in pista.
Quando salì sul primo gradino del podio a fianco di Luz Long il miglior atleta tedesco, nonché suo amico, Hitler stava a guardare dalla tribuna di onore. Non scese a stringergli la mano, ma Owens racconta che da laggiù gli fece un cenno di approvazione con la mano.

Ben più sgradita per Owen fu la scelta del presidente americano Franklin D. Roosevelt che pochi mesi più tardi cancellò l’appuntamento con lui alla Casa Bianca preoccupato per le conseguenze che quel gesto avrebbe potuto avere sull’esito delle elezioni di quell’anno.

Nel 2016 è uscito un film dedicato a Jessie Owens, Race – Il colore della vittoria.

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